Cosa sappiamo (e cosa non torna) sul caso della modella britannica rapita a Milano

Thumbnail for 2802242

Ci sono diverse incongruenze nella storia del presunto rapimento della ventenne britannica Chloe Ayling, incluso un filmato in cui lei compra delle scarpe insieme al presunto rapitore

Negli ultimi giorni ha fatto parecchio discutere il caso di una modella britannica che ha denunciato di essere stata rapita da una presunta organizzazione criminale dedita alla vendita online di giovani donne a uomini dei paesi arabi.

La ventenne londinese Chloe Ayling ha detto alla polizia italiana di essere stata aggredita da alcuni uomini mentre si trovava in un locale di Milano. Un sospetto rapitore, il trentenne polacco Lukasz Pawel Herba, è stato arrestato con l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione dopo aver condotto la ragazza presso il consolato britannico di Milano.

La storia raccontata dai due ha dell’incredibile e presenta anche delle incongruenze che sono al vaglio degli investigatori italiani.

La versione della modella

Chloe Ayling ha raccontato di essere arrivata a Milano lo scorso 10 luglio attirata dalla proposta di un servizio fotografico. Secondo il suo racconto, la mattina successiva all’arrivo, mentre si trovava in un negozio situato nella parte sud della città, è stata aggredita da cinque uomini che le hanno somministrato della droga contro la sua volontà con un’iniezione.

La modella sostiene di essersi risvegliata mentre era dentro il bagagliaio di un auto e di essere poi stata condotta in un casolare isolato dove ha potuto dormire su un letto matrimoniale.

Ayling sarebbe stata liberata sei giorni dopo il presunto rapimento, cioè lo scorso 17 luglio. Alle autorità ha raccontato che dietro il suo sequestro ci sarebbe un gruppo criminale chiamato “Black Death” (morte nera).

La donna dice che le è stato fatto capire che l’organizzazione era strutturata su venti diversi livelli gerarchici e dedita a una serie di crimini, dal traffico di droga agli omicidi, e operava sul cosiddetto deep web. Durante il suo rapimento sostiene di non essere mai stata sottoposta a violenza o molestata sessualmente, perché questo sarebbe stato “vietato dalle regole dell’organizzazione”.

Chloe Ayling ha detto inoltre che, quando l’ha accompagnata al consolato britannico, il presunto rapitore le ha consegnato un biglietto da visita con un indirizzo mail da utilizzare per avere informazioni sull’organizzazione e passarle ai media.

In un’intervista concessa al Tg1, la modella ha ringraziato la polizia italiana e quella inglese che l’hanno liberata da un incubo durato sei giorni. “Ho subito un’esperienza terribile. Ho temuto per la mia vita minuto per minuto”, ha detto. “Sono infinitamente grata alla polizia italiana e a quella britannica per avermi salvato”.

La versione del presunto rapitore

Herba è un cittadino polacco che vive nel Regno Unito. È stato lui stesso ad accompagnare la modella al consolato di Milano e secondo quanto riportato da alcuni giornali è stato descritto da alcuni membri delle forze dell’ordine come un “mitomane”.

Secondo la polizia, dal suo computer risulta essere stata inviata la richiesta di riscatto all’agente della ragazza. Inizialmente, Herba avrebbe chiesto all’agente di Ayling 300mila dollari, poi avrebbe ridotto la richiesta a 50mila, suggerendo all’agente di far pagare il riscatto a tre ricchi amici della ragazza.

Le indagini parlano inoltre del tentativo di “vendere all’asta” la donna. Tuttavia non risultano al momento legami tra Herba e alcuna presunta organizzazione attiva in queste operazioni criminali.

L’unico altro nome presente nelle carte dell’indagine della polizia è quello del fratello maggiore di Herba, Mikail, del quale tuttavia non è ancora chiaro il ruolo né il livello di coinvolgimento nel caso.

Nel corso di un interrogatorio con la polizia italiana, il presunto rapitore ha raccontato di essere malato di leucemia e di aver iniziato a collaborare con tre rumeni di Birmingham per procurarsi il denaro per le cure. Questi uomini lo avrebbero pagato per affittare locali in diverse città europee, da utilizzare per i presunti rapimenti di giovani modelle a scopo di riscatto o di vendita a facoltosi uomini mediorientali.

Herba sostiene che a un certo punto avrebbe deciso di ribellarsi e di liberare la ragazza. Il motivo, secondo i racconti della donna, è che dal profilo Instagram della modella era evidente che lei fosse una madre, e questo andava contro le regole dell’organizzazione.

I dubbi della polizia

La stranezza più evidente del caso è la ragione per cui Herba, dopo aver deciso di liberare la modella, l’abbia accompagnata al consolato britannico, di fatto consegnandosi alle forze dell’ordine.

L’agenzia europea di polizia Europol ha detto lunedì 7 agosto che il gruppo denominato Black Death è presente solo una volta nel suo archivio, e che questo non vuol dire necessariamente che esista davvero.

Un altro dubbio della polizia è relativo alle modalità con cui la donna sarebbe stata drogata. Infatti, la donna ha raccontato che le è stata fatta un’iniezione al braccio di sostanze stupefacenti. Ma in quel momento Ayling indossava un giacchino di pelle attraverso il quale è difficile eseguire un’iniezione.

Ayling inoltre ha detto che cinque uomini hanno partecipato al suo sequestro, ma oltre ad Herba nessuno è stato fermato né risulta indagato.

Infine, il mistero più grande riguarda un filmato in possesso delle forze dell’ordine in cui si vedrebbe la donna mentre compra un paio di scarpe in compagnia del suo presunto rapitore, poco prima che lui la conducesse al consolato britannico.

Secondo Francesco Pesce, avvocato della modella, Ayling si trovava in stato di soggezione psicologica che le faceva credere che altri membri del gruppo l’avrebbero ferita se avesse provato a fuggire.

Fonte: The Post Internazionale

FONTE: Cosa sappiamo (e cosa non torna) sul caso della modella britannica rapita a Milano